lunedì 13 ottobre 2014

La Curiosidad matò al gato
La trasparenza della pulsione tra gatti e topi” 
 
 


 Edison Palomino
Nell’amore come nella bellezza, ogni vero sguardo è uno sguardo incrociato. […] Come non pensare anche a Lacan bambino che, un’estate su un molo, rimane affascinato da un barattolo di conserva che galleggia sull’acqua e scintilla in tutto il suo luccichio. Egli ebbe la netta sensazione che era l’oggetto che si manifestava a lui, fissandolo con lo sguardo1.

In tempi di trasparenza della società o di società trasparente, in cui si vuole dimostrare che basta accendere la luce per vedere ciò che c’è di nascosto nel buio, fa melodia nella mia mente una frase che rimanda a qualcosa che è dell’ordine dell’orrore della scoperta del segreto che la trasparenza porta con sé, un segreto che spaventa il più vivace dei curiosi, poiché ciò che si scopre è dell’ordine del: avrei desiderato non saperlo mai! la curiosidad matò al gato. Il curioso in questo contesto è un gatto, il quale, è in cerca di scoprire ciò che il topo nasconde, vuole svelare il suo segreto ma tutto per scherzo!, ignorando che così facendo corre il rischio dell’incontro inevitabile con qualcosa di insopportabile. Jacques Lacan con riferimento alla pulsione, nel Seminario XVII dice: “Si incomincia col solletico e si finisce arsi vivi con la benzina2, è più o meno questa la fine che fa il gatto, quando per scherzo entra nel mare del godimento. La Verleugnung poi in fondo non è altro che un gatto intoppato.
Con l’annuncio di Pascal I cieli tacciono3 nel secolo XVI, si dà inizio a ciò che con il tempo è diventato il passaggio: dal disagio della civiltà ovvero la rinuncia pulsionale per Freud, alla società del benessere ovvero il privilegio della pulsione dello Scientismo. I punti di riferimento sono caduti da tempo, e al loro posto sono venuti gli oggetti obsoleti vari che cercano di supplire a ciò che di originario segna il soggetto.
L’avvenimento tragico di cui tratta Éric Laurent nel suo libro El sentimiento delirante de la vida4 è di questo ordine, dell’ordine del delirio della normalizzazione della trasparenza, del matrimonio del sapere con la verità, del godimento al plurale nei registri umani da Lacan ben costruiti. L’inimmaginabile di una volta now it’s true, il “di più” di godimento lo si può toccare con mano grazie al linguaggio comune dello scientismo. È il trionfo della perversione sulla castrazione, castrazione avvolta nel velo della verità e gettata nell’immensità dei cieli, sospesa in volo come il profumo dei petali di rosa, in attesa del dolce soffio dei venti che la faccia precipitare in mare per rendere sopportabile la vita.
Se una volta c’era Narciso innamorato della propria immagine riflessa nella pozzanghera, ora al posto suo, c’è il gatto che adora il suo viso nel riflesso del mare della pulsione perché trasparente. Con lo sguardo rivolto all’opacità che c’è nella trasparenza del suo dispositivo, faccia attenzione che: La curiosidad matò al gato

1 F. Cheng, Cinque meditazioni sulla bellezza, Boringhieri, Torino 2007, p. 82, p.74.
2 J. Lacan, Il Seminario. Libro XVII. Il rovescio della psicoanalisi [1969-1970], Einaudi, Torino 2001, p. 85.
3 I cieli tacciono è una mia lettura di “Il silenzio eterno degli spazi infiniti […]” in B. Pascal, Pensieri, Garzanti, Milano
2002, p. 76.
4 É. Laurent, El sentimiento delirante de la vida, Coleccion Diva, Buenos Aires 2011.

mercoledì 6 agosto 2014

Eric Laurent
 "Il razzismo e il rifiuto del godimento dell'Altro"
 
 
I recenti dibattiti che hanno avuto luogo a partire dalla proibizione dello spettacolo di Dieudonné  fanno risuonare in maniera decisamente attuale alcune anticipazioni lacaniane sulla funzione della psicoanalisi nella civiltà. Le ultime parole del seminario XIX, nel giugno del 1972, hanno di mira precisamente il nostro futuro. L'uscita dalla civiltà patriarcale a Lacan sembrava allora acquisita. L'epoca post-68 riecheggiava ancora dei discorsi sulla fine del potere dei padri e sull'avvento di una società di fratelli, accompagnati dall'edonismo felice di una nuova religione del corpo.

Lacan guasta un po' la festa aggiungendo una conseguenza che ancora non si percepiva: “Se torniamo alla radice del corpo e rivalutiamo la parola fratello, […] sappiate che quel che ne deriva, e di cui non si sono ancora viste le ultime conseguenze, è qualcosa che ha radici nel corpo, nella fratellanza del corpo, è il razzismo”. L'idolatria del corpo ha conseguenze completamente diverse da quelle dell'edonismo narcisistico a cui alcuni pensavano poter limitare questa religione del corpo. Nella modernità si annunciano altre figure della religione rispetto a quelle delle religioni secolari, come si esprimeva Raymond Aron, figure che contrassegnano l'epoca e che fornivano, secondo lui, “l'oppio degli intellettuali”.

Nello stesso momento in cui Lacan prevede l'ascesa del razzismo, sottolineata con insistenza dal 1967 al 1970, c’era un'atmosfera euforica di fronte alla prospettiva di un'integrazione delle nazioni in insiemi più grandi che i mercati comuni potevano allora autorizzare. Allora più di ora si era per l’Europa. Lacan accentua questa conseguenza inattesa con una precisione che, all'epoca, ha sorpreso. Interrogando Lacan in Televisione nel 1973, Jacques-Alain Miller riecheggiava questa sorpresa e valorizzava l'importanza di questa tesi. “Da dove ricava l’idea che la sicurezza profetizza l'assenso del razzismo? E perché mai lo dice?” Lacan rispondeva: “Perché non mi sembra uno scherzo, e perché, comunque, è la verità. Solo l'altro può situare lo smarrimento del nostro godimento, ma a condizione che siamo separati da lui. Da qui sorgono alcuni fantasmi che erano inediti quando non ci mischiavamo.”

La logica sviluppata da Lacan è la seguente: non sappiamo quale sia il godimento che potrebbe orientarci. Sappiamo solo rifiutare il godimento dell'altro. Con il fatto di mescolarsi Lacan denuncia la duplice mossa del colonialismo e della volontà di normalizzare il godimento di chi si è spostato, è immigrato, in nome del suo così detto “bene”. “Lasciare a quest'Altro il suo modo di godimento è quel che si potrebbe fare soltanto se non gli imponessimo il nostro, se non lo considerassimo un sottosviluppato […] Come sperare che prosegua quell'umanitarietà d’obbligo con cui si vestono le nostre esazioni?” Non è lo scontro delle civiltà, è lo scontro dei godimenti. Questi godimenti molteplici frammentano il legame sociale, e da qui nasce la tentazione di far appello a un Dio unificante.

Lacan annuncia qui anche qualcos'altro: il ritorno dei fondamentalisti religiosi. “Dio, riprendendo in tal modo forza, finirebbe per ex-sistere, e ciò non promette niente di meglio che un ritorno del suo passato funesto.” Nelle sue parole sulla logica del razzismo, Lacan prende in considerazione la varietà di forme dell'oggetto rifiutato, forme contraddistinte che vanno dall'antisemitismo di prima della guerra, che conduce al razzismo nazi, al razzismo post-coloniale nei confronti degli immigrati. Il razzismo, in effetti, cambia i propri oggetti man mano che le forme sociali si modificano ma, secondo la prospettiva di Lacan, in una comunità umana permane sempre il rifiuto di un godimento inassimilabile, alimento di una barbarie possibile.

Lacan evoca il problema del razzismo nella sua Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della Scuola e in Allocuzione sulle psicosi del bambino, nello stesso anno. Nella Proposta evoca ciò che il razzismo nazi, nella sua barbarie, aveva di “precursore”: “Abbreviamo dicendo che ciò che abbiamo visto emergere, con orrore, rappresenta la reazione dei precursori rispetto a ciò che si svilupperà come conseguenze del riordinamento dei raggruppamenti sociali attraverso la scienza e, in particolare, dell'universalizzazione che questa vi introduce. Il nostro futuro di mercati comuni troverà il proprio contrappeso nell’estendersi, in modo sempre più duro, dei processi di segregazione. Lacan nell’Allocuzione precisa il nodo tra la posizione dello psicoanalista e il movimento della civiltà: in che modo noi, intendo noi psicoanalisti, risponderemo alla segregazione messa all'ordine del giorno da una sovversione senza precedenti?

In realtà, la logica con cui Lacan costituisce un insieme umano, passa attraverso la possibilità di operare una torsione sulla psicologia delle massa freudiana. Nel 1921, dopo aver formulato la seconda topica, Freud riprende la questione del destino pulsionale a partire del modo d'identificazione che regge la vita psichica. Contrariamente a ciò che potrebbe sembrare più abituale, la nostra indagine non sceglierà come punto di partenza una formazione di massa relativamente semplice, ma piuttosto masse con un alto grado di organizzazione, durature e artificiali. Gli esempi più interessanti di tali formazioni sono la Chiesa – la comunità dei credenti – e l’Esercito. Le masse con un capo sono le più originarie e le più complete, e se nelle altre masse il capo può essere sostituito da un'idea, da qualcosa di astratto, in questo le masse religiose, con la loro autorità invisibile, costituiranno il punto di transizione, per mostrare come quel sostituito possa essere fornito da una tendenza condivisa, da un desiderio del quale una moltitudine può partecipare […] L'odio verso una determinata persona o istituzione potrebbe produrre lo stesso effetto unificante. Per Freud, l'odio e il rifiuto  razzista si congiungono, ma rimangono connessi al leader che prende il posto del padre o, più precisamente, dell'uccisione del padre.  Quel che vi è di illimitato nell'esigenza sussiste nella massa, e la possibilità di stabilire il legame sociale si fonda sulla base pulsionale dell'identificazione. La massa stabile porta con sé lo stesso principio illimitato presente nella massa primaria. Freud può così rendere conto dell'esercito come massa organizzata e del potere selvaggio di uccisione che lo accompagna. L'odio comune può unificare le masse, che rimane legata a un'identificazione segregativa con il leader.

Per costruire la logica del legame sociale, Lacan, invece, non parte dall'identificazione con il leader, ma da un primo rifiuto pulsionale. Il suo tempo logico finisce per proporre per tutta la formazione umana tre tempi logici secondo i quali si articolano il soggetto e l'Altro sociale:

    1.    Un uomo sa cosa non è un uomo.
    2.    Gli uomini si riconoscono tra di loro.
    3.    Affermo di essere un uomo, per timore di essere indotto dagli uomini a pensare di non essere un uomo.

Quei tempi non partono dal sapere cos’è un uomo dopo un processo d'identificazione, ma da cosa non è un uomo: un uomo sa cosa non è un uomo. Questo non dice nulla su ciò che un uomo è. Gli uomini, piuttosto, si riconoscono tra loro per il fatto di essere uomini: non sanno ciò che fanno ma si riconoscono tra loro. Alla fine, affermo di essere un uomo. Sta qui la questione dell'affermazione o della decisione insieme alla funzione della fretta, la funzione dell'angoscia, della paura di essere convinto dagli uomini di non essere un uomo.

Questa logica collettiva è fondata sulla minaccia di un rifiuto primordiale, di una forma di razzismo: un uomo sa cosa non è un uomo. Ed è una questione di godimento. Non è un uomo quello che rifiuto perché ha un godimento diverso dal mio. È questo il movimento che dà la forma logica di ogni assimilazione umana nella misura in cui, precisamente, si formula come assimilatrice di una barbarie e che, comunque, si riserva la determinazione essenziale dell'io.

Quando Lacan scriveva questo testo, la barbarie nazi era vicina. Cominciò mettendo a distanza l'ebreo considerato come colui che non gode come l'ariano: un uomo non è un uomo perché non gode come me. Si può d’altra parte sottolineare che se un uomo non sa qual è la natura del suo godimento, gli uomini sanno cos’è la barbarie. A partire da questo, gli uomini si riconoscono fra loro, quasi senza sapere come. E poi, soggettivamente, uno alla volta, si precipitano. Mi affermo come uomo, per timore di essere denunciato come non un uomo. Questa logica annoda l'insieme a partire da un'assenza di definizione dell'essere-un-uomo, l'io si afferma e l'insieme degli uomini cortocircuita il leader.

Questa forma di logica prosegue in tutta l'opera di Lacan. Sarà complicata dalla teoria del desiderio e dalla teoria del godimento, ma funzionarà nella logica della passe. La logica della costituzione della collettività psicoanalitica sarà affrontata con la stessa logica anti-identificativa o, più precisamente, con le identificazioni non segregative, come le ha chiamate Jacques-Alain Miller nella teoria di Torino:

    1.    Uno psicoanalista sa cosa non è uno psicoanalista, il che non vuol dire che lo psicoanalista sappia cos’è uno psicoanalista.
    2.    Gli psicoanalisti si riconoscono tra loro come psicoanalisti – è quel che domandiamo nell'esperienza della passe, che un cartello riconosca: questo è uno dei nostri.
    3.    Per presentarsi alla passe, il soggetto deve affermarsi, decidere di essere psicoanalista per timore di essere convinto dagli altri psicoanalisti di non essere uno psicoanalista.

Se Lacan ha insistito sulla dimensione del razzismo è per sottolineare che ogni insieme umano implica in fondo un godimento perduto, un non sapere sul godimento che corrisponde a un'identificazione. Lo psicoanalista è semplicemente quel deve sapere, per costituire una comunità di coloro che si riconoscono come psicoanalisti.

Il godimento in gioco nel discorso razzista misconosce questa logica. Il crimine fondatore non è l'uccisione del padre, ma la volontà di uccidere quel che incarna il godimento che rifiuto. L'antirazzismo reinventa, in seguito, le nuove forme dell'oggetto del razzismo, deformandosi man mano che si maneggiano le formazioni sociali. La nostra storia tuttavia considera in particolare, tra le modalità del razzismo, il luogo centrale occupato dall'antisemitismo, precursore e orizzonte al tempo stesso. Bernard-Henri Lévy: “L'antisemitismo ha una storia. Ha preso nel corso degli anni, forme diverse che corrispondono, ogni volta, a ciò che lo spirito dei tempi poteva o voleva capire. E credo, per ragioni che non posso riprendere qui nel dettaglio – che solo l'antisemitismo sia in grado di 'progredire', è l’unica forma capace di abusare e di mobilitare, come ha fatto in altre epoche, un gran numero di donne e di uomini. Questo potrebbe annodare il triplo filo dell'antisionismo (gli ebrei sostenitori di un Israele assassino), il negazionismo (un popolo senza scrupoli, capace, alla fine, di raggiungere i propri scopi, di strumentalizzare  il martirio dei suoi), e la concorrenza delle vittime (la memoria della shoah funziona come schermo per nascondere gli altri massacri del pianeta). Ebbene, Dieudonné stava realizzando la congiunzione di questi tre fili. La risposta datagli da Nicolas Bedos pone una questione sullo statuto dello comico nello stomaco nella nostra civiltà dell'individualismo di massa democratico. Non basta però metterci lo stomaco. Occorre metterci le viscere per farsi capire. Conseguenza inattesa: la televisione diventa sempre più un mezzo meno morbido, e tutti si avvicinano alla violenza di internet.

Traduzione di Edison Palomino



martedì 5 agosto 2014

Jacques-Alain Miller

"Non credo di tradire mio marito" 

 

Una giovane ha un amante. Lo spiega in analisi. “In realtà, non ho l'impressione di tradire mio marito. Quel che non sa, per lui non esiste. Esiste solo per me”. Dicono che ci sono i fatti, e Lenin aggiungeva che sono ostinati. Ebbene, non è così. Esistono solo fatti che sono detti. Cos'è un fatto che non si dice? Questa giovane divide la propria vita tra due mondi. In uno, l'amante esiste. È un mondo che conosce solo lei, insieme all'amante e all'analista. Ed è un mondo molto stretto, giacché le avventure sono rapide, e le sedute d'analisi sono poche e brevi. Che valore ha questo mondo dal lato dell'altro, quello della vita quotidiana, con il marito, i figli, i genitori, i compagni di lavoro? Il mondo dell'amante, se a stento esiste, esiste tra parentesi, come in una zattera, remando nell'Oceano della sua vita.

Diranno: è in cattiva fede, lo sa e non vuole saperlo. Ma non è così. L'importante non è quel che sa o non sa. Ciò che importa è che l'altro, invece, non sa. Perché quel che l'altro non sa, non esiste. Per il marito, la famiglia, il discorso comune, è come se l'amante non esistesse. L'altro non è il Dio che le esamina la mente e il cuore, che vede tutto, che sa tutto. È un altro perforato, con un buco, un punto cieco. Ed è per l’appunto qui che abita il desiderio. Parlate di qualsiasi cosa, e la farete esistere. Il problema cruccia da sempre i filosofi: il non essere non è, evidentemente, ma nominandolo non gli si conferisce un essere? Tacere qualcosa allora è farlo sparire. Gli scrittori, gli artisti, i politici lo sanno.

È il principio di Madison Avenue, dove abitano i Mad Men a New York: “La pubblicità negativa non esiste”. Attenzione: quando parliamo di un prodotto, bene o male, lo facciamo esistere.
Il soggetto quindi è sincero quando mente. Separa i due mondi e divide se stesso a seconda che si trovi nell'uno o nell'altro. Succede tuttavia che un personaggio del mondo comune riesca a intrufolarsi, attraverso qualche effrazione, nel vostro mondo intimo. È un orrore. Tentate allora di espellere l'intruso. Lui insiste. Si consolida. Nel giro di poco tempo, siete costretti a tornare nel mondo comune. La vostra ontologia si sbriciola. Ciò che non esisteva è esposto a tutti. Il non essere è, assolutamente. Il fatto, passato al detto, sarà ostinato. Il segno rimarrà. E il vostro essere rimarrà intrappolato lì.

Traduzione di Edison Palomino