martedì 4 maggio 2021

 

EDISON PALOMINO
"L'amore narcisistico"



 
Nei rapporti c'è sempre in gioco l'illusione dell'amore eterno, illusione che, una volta caduta, esprime il suo lamento in questi termini, una penna e uno scrittore, Samuel Beckett:

"Se non mi ami tu, non sarò mai amato. Se non amo te, non amerò mai"

Ogni forma di amore insostituibile, non è altro che uno degli effetti dell'amore narcisistico.
L'idea che dopo quell'amore non ce ne sarà un altro, è la testimonianza di un'impossibilità a rinunciare alla propria immagine, immagine che prendeva forma nell'amato: specchio in cui si rispecchia l'amante. Per questo per uscire da questa dinamica immaginaria, bisogna tener conto qualcosa di fondamentale quando ci si avvia in una relazione: bisogna non solo imparare a conquistare ma anche a perdere. E quindi a saperci fare con questa perdita che va a toccare il nostro Essere nella sua essenza di mancanza, d'incompletezza.
È a partire dal riconoscimento di questa costituzione originaria che ci si avvia verso l'umanizzazione di quella ferita infernale che lascia la fine di un a-more.

In foto 'Bella come un Fiore', dipinto di Alessandro Siviglia.

Dott. Edison Palomino
Specialista in psicoterapia psicoanalitica.
Si occupa di minori, adulti e genitorialità.
Riceve su appuntamento al 345 453 4832
Per consulenze tramite Skype: dr.edisonpalomino

 EDISON PALOMINO

"Bulimia e Anoressia" 


Non ogni forma di magrezza è anoressia e vale lo stesso per la bulimia. Sia l'una che l'altra non si riducono al bisogno dell'organismo. Nell'anoressia ritroviamo un punto mortifero, radicale, delle identificazioni a cui l'anoressica si appiglia lasciandosi cadere, per sempre. 
In alcune forme di magrezza ritroviamo ancora la dimensione del desiderio o di un suo surrogato, un qualcosa che funziona come un desiderio che fa da cornice per il soggetto. È questo l'insegnamento che traggo da alcune mie pazienti, ragazze che lavorano nel mondo della moda.
Per la psicoanalisi il fenomenologico ha un suo ruolo perché dice qualcosa del soggetto, ma rimane comunque secondario.
La grande scoperta di Lacan nell'anoressia è l'esistenza dell'"oggetto niente" di cui l'anoressica si nutre. Per questo bisogna imparare l'arte della clinica psicoanalitica per togliere gentilmente all'anoressica, quel niente di cui si nutre.

In foto il capolavoro di Baird Hoffmire, Mirror.

Dott. Edison Palomino
Specialista in psicoterapia psicoanalitica.
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EDISON PALOMINO

  "Infanzia: campo del desiderio" 


                                         
Il passaggio dalla natura alla cultura è un momento delicato per il bambino, i cui effetti si vedono nell’adolescenza. In questo senso l’adolescenza fa da bussola, da testimone dell’avvento o meno di ciò che per Freud è la condizione per fare accesso alla civiltà e cioè la rinuncia pulsionale.
Nietzche, considerato da Freud uno dei pochi uomini a conoscere in profondità i sentimenti umani, nota un problema nella cura dei bambini. Dice lui, che da una parte c’è una componente regressiva e inibente e, dall’altra, un troppo di disinfantilizzante. Come leggere quest’affermazione? Anche in modo semplice, attraverso alcuni esempi presi dalla letteratura.
In madame Bouvery di Flaubert abbiamo l’immagine del bambino viziato che corre scalzo e va in giro nudo, dice Flaubert, come i cuccioli delle bestie. 
Questo comportamento inibente che rischia di inchiodare il bambino in un infantilismo senza fine, è in contrasto con quanto la civiltà e il suo insieme di regole impone. Il troppo di disinfantilizzante invece è quell’eccesso, quella pretesa di fare dei bambini dei piccoli adulti. Questa posizione opprimente dell’adulto, in nome della buona educazione, rischia di annichilire la fantasia, di far cadere il desiderio.
Il capriccio infantile non è solo un annullamento delle regole, ma anche il momento in cui il desiderio si esprime nella sua massima potenza. E il desiderio è senza oggetto, anche questo ci insegnano i bambini: basta vedere come cambiano di oggetto in questione di secondi e questo è snervante per i genitori.
Elon Musk, il multimiliardario proprietario della Tesla Motors, da bambino ha sempre sognato di andare nello spazio. Questo desiderio si è mantenuto vivo nel tempo. Nel 2012 ha raggiunto la Stazione spaziale con il suo razzo chiamato Falcon, in omaggio al Millenium Falcon di Star Wars. In un'intervista alla rivista Guardian ha detto che il suo obiettivo ora è quello di rendere la vita multiplanetaria. Ciò vuol dire semplicemente stabilire un'intera città su Marte. Non è a caso questo un sogno infantile?
Una volta a Lacan chiesero quale fosse il suo quoziente intellettivo, e lui rispose a sorpresa di tutti: “quello di un bambino di cinque anni”. In effetti l’infanzia rappresenta il campo del desiderio, anche per questo, dice Freud, i bambini preferiscono non andare a letto presto, perché la vita per loro è ancora interessante, a differenza degli adulti che non vedono l’ora di finire la giornata per andare a dormire. 
 
In foto il capolavoro di Georgios Iakovidis, Koukou.

Dott. Edison Palomino
Specialista in psicoterapia psicoanalitica.
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mercoledì 21 febbraio 2018

Edison Palomino
"Bella snella la monella"


Camminando quel mondano
dalle scarpe a form di chiappe
su quel rozzo e schiocco parco
incontrò la dolce mela
bella snella la donzella.

Oh preziosa Provvidenza
tua bellezza mia dolcezza
un mio bacio sciolga il ghiaccio
del tuo cuor infranto in pianto
da quel tonto falso incanto.

Serve rima più intensa
perché abbracci l'innocenza
di tua dolce Provvidenza
disse lei in confidenza
con un'aria di freschezza.

Camminando quel mondano
dalle scarpe a form di chiappe
su quel rozzo e schiocco parco
incontrò la dolce mela
bella snella la monella.
 
Edison Palomino
"Amore e- godimento"


Antonio Canova - Amore e Psiche.

La gente s'innamora, questo è un dato di fatto, e Freud direbbe: "della propria immagine".

C'era una volta la scelta del partner da parte dei genitori, che serviva a dare una cornice al godimento del corpo. Essi introducevano l'atto simbolico come condizione per l'unione dei corpi. Era un modo di garantire non solo la riproduzione ma anche quel piacere che si prova quando i corpi s'incontrano nell'intimità delle lenzuola. Quest'operazione rappresentava un vero taglio immaginario. Un taglio all'innamoramento e ad ogni fiaba che esso produceva, come per esempio quella del principe azzurro. Se allora un principe azzurro c'era, era quello dell'ideale dei genitori.

Con il frantumamento dell'ordine simbolico, già avvertito nel ‘600 da Pascal "I cieli tacciono" e ribadito da Nietzche nel ‘800 "Dio è morto". Le cornici che una volta tenevano i legami sociali, oggi non tengono più perché svuotate dal loro sapere. Un esempio:

La vita privata ha annullato la vita pubblica, invadendola e sovvertendola. Ciò che una volta si faceva tra quattro mura, oggi si fa a cielo aperto. Le mura dell'intimità sono cadute ancora prima del muro di Berlino. La gente si abbandona ai piaceri del corpo nella via pubblica: discoteca, parco, sui tetti, grande fratello, ecc.

Questa via libera al piacere del corpo, produce un delirio di credenza. Gli uomini si credono liberi ma in realtà sono schiavi, burattini di un godimento che li eccede, e il colmo! che li procura sofferenza. La gente s'innamora, questo è un dato di fatto, e Freud direbbe: "della propria immagine". Uomini e donne, confondendo l'amore con l'innamoramento, finiscono intrappolati nelle reti dell'amore narcisistico. E non riuscendo a fare a meno dalla separazione del corpo dell'altro, perché di mezzo ci sono delle promesse speculari che promettono l'amore eterno, soffrono.

Dante diceva che l'amore si trova seduto nella porta dell'inferno, Cupido ne sapeva qualcosa. Anche lui era stato vittima degli effetti immaginari dell'amore finendo fottutamente innamorato di Psiche, al primo colpo ... di fulmine. Psiche, bella graziosa fanciulla sepolta nella solitudine, dalla sua bellezza.

Come Psiche, i casi della vita ci insegnano che c'è questa bellezza dell'immagine del corpo che fa da ostacolo all'amore. C'è qualcosa che si fissa nell'immagine e parassita l'amante. Potremmo includere nel nostro sacchetto quella bella biondina di nome Marilyn Monroe.

Andare al di là dell'immagine non è un'operazione che avviene attraverso la ragione o qualche tipo di ommaggio alla bruttezza. Ma attraverso le cadute della vita, che aprono i solchi di quella cicatrice strutturale, con la quale ogni uomo-donna ha a che fare. Sempre e in ogni caso.

Scriveva Vallejo, poeta Peruviano:
 
"Ci sono colpi nella vita
[...] come l’odio di Dio; come se di fronte ad essi,
la risacca di tutto il sofferto
ristagnasse nell’anima…Io non so!"

I colpi dell'amore come quelli della vita, ci buttano a terra, ci segnano, ci dividono in quello che siamo e in quello che credevano di essere. L'assunzione dei colpi dell'amore, del dolore che esso procura, permette mostrarsi all'altro con la propria cicatrice; porsi in un al di là di ogni forma speculare. Indirizzarsi verso un nuovo amore che in cambio ci donerà quel pizzico di felicità che organizzerà la nostra vita umanizzando il reale. Dico "pizzico di felicità" perché per Freud, a differenza di tutti i grandi pensatori della storia umana, la felicità in quanto tale "è umanamente irraggiungibile".

Cosa domanda chi si rivolge al terapeuta? Un pizzico di felicità, solo un pizzico, niente di più.

martedì 5 gennaio 2016

Leggere e Tradurre Lacan
(Convegno tenutosi a Roma il 26 settembre 2015 presso la sede dell'Ambasciata di Francia)


Antonio Di Ciaccia

Per me è tutt'altra cosa Lacan, è qualcosa come gli ultimi quartetti di Beethoven, come Béla Bartók, uno è nel terrore, sentite Béla Bartók siete nel terrore se lo ascoltate, mandarino meraviglioso, ed entrarci dentro costa fatica, ecco, poi a un certo momento si entra dentro e diventa diverso. Ecco per me la traduzione di Lacan è quel dire lì quindi bisogna leggerlo, rileggerlo, starci dentro, incazzarsi, riprendere. E' qualcosa che deve diventare direi quasi mio corpo se posso dire così, evidentemente qualcuno mi potrebbe dire: ho sentito diverse persone che hanno criticato perché effettivamente è più leggibile che a volte in francese, ma probabilmente come giustamente si diceva prima, Lacan non scrive in francese Lacan scrive in Lacan punto! poi arrangiatevi. Ecco, allora è chiaro che quando perché è vero ciò che ho sentito stamattina, c'era Davide che diceva questo: credo che la cosa migliore di leggere Lacan è leggere in Francese, non ci piove! come del resto leggere Shakespeare in inglese e Dostoevskij in russo e Omero in greco proprio non ci piove!

Allora il fatto che noi lo traduciamo così bisogna che ci mettiamo del nostro, che di un certo qual modo che noi lo paghiamo questo, è chiaro che è un pagamento molto personale. Io mi sono trovato con problemi di coscienza che sono problemi morali diceva lacan, e cioè che si era passati al tempo degli Scritti di Lacan; al tempo di Contri c'era il terrore di cambiare anche una virgola quando siamo chiari la punteggiatura in francese e in italiano è completamente diversa, c'era una quasi sacralità del testo ma sacralità fissato. Il mio tentativo e con la mia équipe, devo dire non mi sento solo in questa faccenda, è di renderlo sacro in un altro modo e cioè vivo.

Entrando in quel Lacan lì, io ho trovato che Lacan è uno che ride sempre, c'è una specie di ironia del mondo, di tutto, di se stesso, di qualunque cosa anche della sofferenza. A volte lo dice, lo dice per esempio nel discorso della psicosi: io sono un monello,dice, mi diverto però non trovo mai qualcuno che si diverte con me. Ecco, io lo traduco cercando di divertirmi con lui Voilà!

Un contributo di Edison Palomino

giovedì 10 settembre 2015

Jacques-Alain Miller "L'oggetto senza padrone"

Jacques-Alain Miller
"L'oggetto senza padrone"



Quel che c'è vi satura per la sua evidenza. L’evidenza di quel che c’è vi nasconde l’assenza di quel che non c’è. Non dimostro queste due proposizioni: ne prendo le mosse come da due assiomi.

I
Quel che c’è vi inonda con la sua evidenza

Così, quando penetrate nel laboratorio di Pablo Reinoso a Malakoff, siete colti dalla profusione del “c'è”, vi prende alla gola, agli occhi, vi avvolge, vi ingloba, siete voi a essere penetrati. Vi aprite il cammino in un bazar opulento, e non sapete dove guardare perché ogni oggetto merita la vostra attenzione. Quest’attenzione l’attrae, ma l'oggetto vicino l'attrae nello stesso modo, ed eccovi, come una mosca impigliata nella tela di ragni rivali che si disputano la preda che siete diventati. L'oggetto reinosiano è cannibale. Vi risucchia, vi inghiotte. Emana un tale campo di forza che non potete mantenere le distanze. Vi assorbe, vi consuma.

Tiziano indica il posto che lo spettatore deve prendere girando verso di lui lo sguardo del piccolo personaggio in basso a destra ne La Madonna di Ca’ Pesaro. Una scultura del Bernini privilegia un angolo visuale, assegnando all'occhio una determinata posizione nello spazio. Questa posizione diventa, in compenso, sfocata, paradossale, indecidibile, davanti allo specchio del “Bar aux Folies-Bergère” di Manet. Per quanto riguarda “Étant donnés”, l'ultima opera di Duchamp, la si può vedere solo a condizione di accostare gli occhi al buco della serratura: una beffa all'ideologia del “punto di vista”. E poi? Poi viene Reinoso.

Reinoso rimarrà nell'arte come inventore di un concetto inedito: l'oggetto a distanza zero. Vi attira l'arte? Molto bene – dice – lasciatevi portare da questa attrazione. Entrate nell'orbita dell'oggetto. Subitene la forza gravitazionale. Avvicinatevi, più vicino....più ancora... e ora la caduta libera. Ci cadete sopra. È quel che occorre. Reinoso vi invita a collocarvi dentro o sopra l'oggetto. Non a mettervi davanti a contemplare; non a girargli intorno, ma a entrare, a posarvici sopra.
 Qual è lo stimolo primordiale dell'immaginazione reinosiana? Scranno o panca, trono o sgabello, è la sedia in tutte le sue versioni. L'artista lo ha confidato: “Ho costruito così la mia prima panca e la mia prima sedia sui sette o otto anni”. La sua prima opera qualche anno dopo? Un tronco articolato “una vera sedia, che d’altra parte utilizzo ancora perché l'ho conservata a casa”. In effetti si trova lì, nel laboratorio.

Non c'è oggetto più umile di una sedia. Per esprimere disprezzo non si dice: “Mi ci siedo sopra”? Il tratto proprio all'utensile, l’oggetto-di servizio, è secondo il filosofo tedesco, l’ente-a-portata-di-mano, Zuhandenes. La sedia, invece, si distingue per il fatto di trovarsi sotto i glutei, e a questo titolo illustra meglio di qualsiasi altro oggetto la condizione umana. “Nel trono più alto del mondo, siamo sempre seduti sul nostro culo”. Questa frase di Montaigne, quinta prima dal punto finale degli “Essais”, contiene il nucleo di tutto ciò che lo spirito francese ha potuto produrre come satira, o come bestemmia. Reinoso appartiene a questa linea.

Avere come qui, nella Casa dell'America Latina, un edificio da ricostruire, per così dire, da cima a fondo, soddisfa l'ideale reinosiano, che chiede allo spettatore di integrarsi nell'oggetto.

II
L'evidenza di ciò che c'è nasconde l'assenza di ciò che non c’è

Ci voleva Sherlock Holmes per capire che il momento saliente della serata dai Baskerville era che il cane non aveva abbaiato. Cerchiamo di essere quello Sherlock con Reinoso. Quel che non c'è nella sua opera, è la rappresentazione della forma umana. A ciò che fu la passione di un Giacometti, per esempio, Reinoso oppone una differenza paleolitica. Nella grotta Chauvet, si dice, a fronte di 447 rappresentazioni di animali, si trovano, sopra all’estremità di una roccia, un uomo con la testa di bisonte, una donna con la testa di leone. Il famoso “Nu descendant, un escalier” di Duchamp lascia ancora trasparire una silhouette-scheletro. Non c'è niente di simile in Reinoso. Nel suo laboratorio vi mostra tre cornici con filamenti, appoggiati al muro. Sono “Le tre Grazie”, dice. Indovinerete che il quadro che vedete nella sala a destra dell'ingresso traspone il “Laocoonte" di El Greco e i suoi corpi serpentiformi?

L'arte di Reinoso è un’arte antiumanista. L’oggetto-di-servizio convoca, destituisce, sostituisce, censura il suo padrone di sempre, costringendolo a partecipare del suo essere d'oggetto. Diciamo che l'oggetto diventa qui la metafora dell'uomo. Questo è rimosso, abolito, a favore del ninnolo. Sembra di vedere l’utensile “a portata di mano” sottrarsi a ogni presa, emanciparsi da qualsiasi tutela. 


Reinoso, nuovo Rousseau, proclama: “L'oggetto è nato libero e dovunque è prigioniero”. Siamo di nuovo nel 1789, ma questa volta si proclama una Dichiarazione dei Diritti dell'Oggetto. Il primo di questi diritti è quello di non servire a niente. E ora lo sappiamo, dopo l'orinatoio di Duchamp: basta che un artista, riconosciuto come tale, sottragga all'uso il prodotto manufatto più comune e lo battezzi opera d'arte perché, ipso facto, sia così. È il principio del ready-made:

1) L'oggetto permane intatto.
2) Ciò che cambia è il suo significato.
3) Condizione necessaria: che vi si aggiunga un'enunciazione performativa (il “battesimo”).

Reinoso, ancora una volta, è un passo avanti con ciò che qui chiamerei il suo freed object, l'oggetto emancipato. Non c’è battesimo, l'artista rimane muto, modifica l'oggetto utilitario in modo che questo manifesti da sé che ha ormai acquisito il significato di opera d'arte. 


Qui tutto è sorpresa. Ecco infatti che l'oggetto diventa altro. Si estende, si anima, abbandona ogni ritegno. Esce dai binari. Fa di testa sua. Diventa malizioso! Assume attributi umani. Il cuscino su cui appoggiare la testa inizia a respirare come un dormiente. Il legno della panca sulla quale il visitatore riposa le natiche, va lui a farsi una passeggiata. La sedia su cui riposare non vi da tregua, e lascia il pavimento per andare ad attaccarsi al soffitto. Poiché si chiama parola-valigia un neologismo che incastra due vocaboli uno dentro l’altro troncandoli, perché non dire che l'oggetto reinosiano è un “oggetto-valigia”? Ma se valigia è, è una valigia aperta, che trabocca. 

Ne consegue che se restituite il ready-made di Duchamp al suo uso, detto in altri termini, se pisciate nell'orinatoio sacro, fate un’attentato contro la sua qualità di opera d'arte. Se invece restituite al suo uso originale il freed object di Reinoso, non fate che confermarla.

In linea di massima, la possibilità di un ritorno al valore d'uso è sempre evocata da quest'oggetto. Tre ipotesi:

1) L'uso è possibile, persino prescritto: è il caso delle panche, per esempio delle panchine pubbliche nei moli di Saône a Lyon.
2) L'uso è impossibile: pensiamo alle sedie sul soffitto.
3) L'uso è una tentazione, ma è difficile, e sempre contorto: è ciò che illustra, in un breve film, il sorprendente numero di contorsioni della ballerina Bianca Li, alle prese con la sedia Thonet modificata da Reinoso.

Vedendo il lungo corpo sottile della donna torturata dall'oggetto emancipato, viene voglia di rispondere “Sì!” alla domanda di Lamartine: “Oggetti inanimati, allora avete un'anima?”. La ballerina sembra essere qui quest'anima. E benediciamo Reinoso per non aver modificato la forma umana. Non ne sarebbe infatti stato il boia e lo squartatore, come in “American Psycho"?
Invece no. Se la metafora oggettuale autorizza il ritorno del rimosso umano, questo ritorno non umanizza l'oggetto reinosiano. Si traduce attraverso deformazioni, allungamenti, inversioni, complicazioni, gonfiori, annodamenti, qualsiasi formazione parassitaria di cui, lungi dal soffrire, l'oggetto sembra godere.

La gloria dell'oggetto fa la miseria dell'uomo: “Libertà per gli oggetti” grida senza sosta l'arte di Reinoso. E anche, seguendo la linea di Montaigne: “Uguaglianza dei culi!”. Non c’è qui nessun culto di qualsivoglia trascendenza. Nessuna soteriologia. Né ascesi, né perdono, né redenzione. Fratellanza? Sì, quella dell'uomo con l'oggetto. Ma l'uomo dovrà pagare il prezzo della rivolta degli schiavi: è condannato ad essere lo scornato di questa storia. Circondato da utensili familiari diventati strani, si ritrova esitante.

Unheimlichkeit? Sì, senza dubbio. Un sentimento di estraneità nasce nel cuore dell'intimo (heim). Ma questo mondo non ha niente di rigido o spaventoso: è soltanto messo a testa in giù, capovolto. Gli è capitato un bel patatrac. Reinoso è un artista scanzonato. Non cerca di far paura, ma di far ridere, o sorridere. Non è tragico, ma satirico.


Traduzione: Edison Palomino & Alberto Tuccio.