mercoledì 20 maggio 2015

Postilla sul corpo parlante
Antonio Di Ciaccia


 
Il reale, dirò, è il mistero del corpo parlante, il mistero dell’inconscio”[1], dice Lacan. Nella presentazione del tema del Congresso AMP di Rio de Janeiro Jacques-Alain Miller sottolinea l’importanza di questa affermazione, dato che il mistero è proprio il contrario del matema. Per Descartes ciò che è mistero, sebbene sia un mistero certo, è l’unione dell’anima e del corpo. Per Lacan, ricorda Miller, il mistero è piuttosto quello “dell’unione della parola e del corpo. [E conclude.] Da questo fatto di esperienza, possiamo dire che è del registro del reale.”[2]

In Lacan l’espressione “corpo parlante” appare nel penultimo capitolo del Seminario Ancora. Nel capitolo seguente Lacan riprende l’espressione “essere parlante”, espressione che aveva utilizzato in “Televisione” per rispondere a Jacques-Alain Miller che gli aveva chiesto che cosa ne pensasse della pertinenza del termine freudiano di “inconscio”. “Non c’è inconscio che nell’essere parlante”[3], aveva detto, nel senso come dirà “individuo parlante”[4] nell’ultimo capitolo di Ancora.
A questo punto c’è un passaggio che a mio parere può essere messo in parallelo con quelli in cui Lacan si diverte a ripristinare l’esattezza che proviene dal discorso analitico e che viene tradotto e tradito nel discorso universitario. I passi a cui faccio riferimento riguardano la traduzione/tradimento di Laplanche il quale aveva operato un rovesciamento dei termini nell’enunciato di Lacan tra il linguaggio e l’inconscio. Qui invece è Lacan stesso in causa, poiché, a motivo di ciò che l’esperienza psicoanalitica gli apporta, è lui stesso che si trova a dover operare un rovesciamento. Seguiamolo. Egli dice che ci sono coloro che mettono a soqquadro il mondo, creando un vero bordello epistemico, che sono quei sapienti i quali fanno “passare l’essere davanti all’avere” [5]. E questo anche per quanto riguarda il corpo. E continua: “Mentre vero è che LOM ha, all’origine. Perché? Lo si percepisce, e una volta percepito lo si dimostra”, conclude. Ora, che cosa Lacan fa uscire dalla dimostrazione? Che il termine appropriato per designare quello che viene chiamato “inconscio” è “parlessere”. Non già “essere parlante”, ma “parlessere”, poiché, mentre nel primo caso l’essere sarebbe primo e la parola verrebbe in sovrappiù, nel parlessere al contrario è la parola a venire prima ed è lei a dare l’essere a quello che egli chiama LOM. Non si può non notare che tutto ciò Lacan lo gioca con finezza ma in modo faceto. Dopo aver prodotto la sua dimostrazione infatti egli dirà: “Ne discende la mia espressione del parlessere che si sostituirà all’ICS di Freud (si legga: inconscio): fatti in là che mi ci metto io”[6]. Quello che ne risulta è che l’inconscio freudiano non ha più veramente niente a che fare con la coscienza. Non aveva forse già detto che l’inconscio come negazione della coscienza datava dai tempi di san Tommaso d’Aquino?[7] Qui, finalmente, si esce dal seminato universitario della coscienza e ci si inoltra nelle praterie della parola. Quindi, anche rispetto al corpo, “LOM […] è l’averlo e non l’esserlo che lo caratterizza”[8]. Sebbene dobbiamo notare che Lacan giustifica (e si giustifica quindi) che venga data priorità all’essere, dato che “la parola […] si definisce come l’unico luogo in cui l’essere abbia un senso. E il senso dell’essere è di presiedere all’avere, cosa che giustifica lo sproloquio epistemico”[9]. Ma qual è questa dimostrazione? Sappiamo come avrebbe operato Aristotele e a suo seguito tutta la Scolastica. Con generosità Jacques-Alain Miller ce la indica dandoci una chiave sconosciuta prima di Freud: l’après-coup. “E’ la parola a conferire l’essere a questo animale per un effetto di après-coup e, di conseguenza, il corpo si separa da questo essere per passare al registro dell’avere. Il parlessere non è un corpo, ma ha un corpo[10].

Mi sembra tuttavia che Lacan faccia un percorso più lungo, probabilmente per evitare di nominare quello che può essere nominato solo per effetto di après-coup. Egliinfatti non parte da una materia ma da un’organizzazione, quella dei “tre… chiamiamoli ordini”[11]. E l’uomo che ne risulta crede di poter bearsi dell’unum, verum, bonum et pulchrum della sfera quando essa è invece solo un prodotto “perché io dimostro che l’S.Ca.bello è primo”[12]. E’ solo per via della Ca(strazione) che quel materiale senza forma e senza nome diventa LOM. Via che concerne particolarmente colui che si trova occupare la funzione di analista, poiché qui Lacan indica che “c’è solo la scabellostrazione, ma la castrazione dello sgabello si compie esclusivamente con la escappata”[13] (da notare l’S.Ca. che ritorna nel termine). Vale a dire con la fuga dal senso. E sempre parlando dello psicoanalista Lacan conclude ricorrendo al suo famoso termine sostitutivo: “C’è Santo solo a non voler esserlo, solo se si rinuncia alla santità”[14].



[1] J. Lacan, Il seminario. Libro XX. Ancora (1972-1973), Einaudi, Torino 2011, p. 125.
[2] J.-A. Miller, L’inconscio e il corpo parlante.
[3] J. Lacan, “Televisione”, Altri scritti, Einaudi, Torino 2013, p. 507.
[4] J. Lacan, Il seminario XX, cit., p. 136.
[5] J. Lacan, “Joyce il Sintomo”, Altri scritti, cit., p. 557.
[6] Ivi, p. 558.
[7] Cfr. J. Lacan, “Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio”, Scritti, Einaudi, Torino 1974, p. 801.
[8] J. Lacan, “Joyce il Sintomo, Altri scritti, cit., p. 557.
[9] Ivi, p. 558.
[10] J.-A. Miller, Op. cit.
[11] J. Lacan, “Joyce il Sintomo, Altri scritti, cit., p. 557.
[12] Ibidem.
[13] Ivi, p. 559.
[14] Ibidem.

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