martedì 5 gennaio 2016

Leggere e Tradurre Lacan
(Convegno tenutosi a Roma il 26 settembre 2015 presso la sede dell'Ambasciata di Francia)


Antonio Di Ciaccia

Per me è tutt'altra cosa Lacan, è qualcosa come gli ultimi quartetti di Beethoven, come Béla Bartók, uno è nel terrore, sentite Béla Bartók siete nel terrore se lo ascoltate, mandarino meraviglioso, ed entrarci dentro costa fatica, ecco, poi a un certo momento si entra dentro e diventa diverso. Ecco per me la traduzione di Lacan è quel dire lì quindi bisogna leggerlo, rileggerlo, starci dentro, incazzarsi, riprendere. E' qualcosa che deve diventare direi quasi mio corpo se posso dire così, evidentemente qualcuno mi potrebbe dire: ho sentito diverse persone che hanno criticato perché effettivamente è più leggibile che a volte in francese, ma probabilmente come giustamente si diceva prima, Lacan non scrive in francese Lacan scrive in Lacan punto! poi arrangiatevi. Ecco, allora è chiaro che quando perché è vero ciò che ho sentito stamattina, c'era Davide che diceva questo: credo che la cosa migliore di leggere Lacan è leggere in Francese, non ci piove! come del resto leggere Shakespeare in inglese e Dostoevskij in russo e Omero in greco proprio non ci piove!

Allora il fatto che noi lo traduciamo così bisogna che ci mettiamo del nostro, che di un certo qual modo che noi lo paghiamo questo, è chiaro che è un pagamento molto personale. Io mi sono trovato con problemi di coscienza che sono problemi morali diceva lacan, e cioè che si era passati al tempo degli Scritti di Lacan; al tempo di Contri c'era il terrore di cambiare anche una virgola quando siamo chiari la punteggiatura in francese e in italiano è completamente diversa, c'era una quasi sacralità del testo ma sacralità fissato. Il mio tentativo e con la mia équipe, devo dire non mi sento solo in questa faccenda, è di renderlo sacro in un altro modo e cioè vivo.

Entrando in quel Lacan lì, io ho trovato che Lacan è uno che ride sempre, c'è una specie di ironia del mondo, di tutto, di se stesso, di qualunque cosa anche della sofferenza. A volte lo dice, lo dice per esempio nel discorso della psicosi: io sono un monello,dice, mi diverto però non trovo mai qualcuno che si diverte con me. Ecco, io lo traduco cercando di divertirmi con lui Voilà!

Un contributo di Edison Palomino

giovedì 10 settembre 2015

Jacques-Alain Miller "L'oggetto senza padrone"

Jacques-Alain Miller
"L'oggetto senza padrone"



Quel che c'è vi satura per la sua evidenza. L’evidenza di quel che c’è vi nasconde l’assenza di quel che non c’è. Non dimostro queste due proposizioni: ne prendo le mosse come da due assiomi.

I
Quel che c’è vi inonda con la sua evidenza

Così, quando penetrate nel laboratorio di Pablo Reinoso a Malakoff, siete colti dalla profusione del “c'è”, vi prende alla gola, agli occhi, vi avvolge, vi ingloba, siete voi a essere penetrati. Vi aprite il cammino in un bazar opulento, e non sapete dove guardare perché ogni oggetto merita la vostra attenzione. Quest’attenzione l’attrae, ma l'oggetto vicino l'attrae nello stesso modo, ed eccovi, come una mosca impigliata nella tela di ragni rivali che si disputano la preda che siete diventati. L'oggetto reinosiano è cannibale. Vi risucchia, vi inghiotte. Emana un tale campo di forza che non potete mantenere le distanze. Vi assorbe, vi consuma.

Tiziano indica il posto che lo spettatore deve prendere girando verso di lui lo sguardo del piccolo personaggio in basso a destra ne La Madonna di Ca’ Pesaro. Una scultura del Bernini privilegia un angolo visuale, assegnando all'occhio una determinata posizione nello spazio. Questa posizione diventa, in compenso, sfocata, paradossale, indecidibile, davanti allo specchio del “Bar aux Folies-Bergère” di Manet. Per quanto riguarda “Étant donnés”, l'ultima opera di Duchamp, la si può vedere solo a condizione di accostare gli occhi al buco della serratura: una beffa all'ideologia del “punto di vista”. E poi? Poi viene Reinoso.

Reinoso rimarrà nell'arte come inventore di un concetto inedito: l'oggetto a distanza zero. Vi attira l'arte? Molto bene – dice – lasciatevi portare da questa attrazione. Entrate nell'orbita dell'oggetto. Subitene la forza gravitazionale. Avvicinatevi, più vicino....più ancora... e ora la caduta libera. Ci cadete sopra. È quel che occorre. Reinoso vi invita a collocarvi dentro o sopra l'oggetto. Non a mettervi davanti a contemplare; non a girargli intorno, ma a entrare, a posarvici sopra.
 Qual è lo stimolo primordiale dell'immaginazione reinosiana? Scranno o panca, trono o sgabello, è la sedia in tutte le sue versioni. L'artista lo ha confidato: “Ho costruito così la mia prima panca e la mia prima sedia sui sette o otto anni”. La sua prima opera qualche anno dopo? Un tronco articolato “una vera sedia, che d’altra parte utilizzo ancora perché l'ho conservata a casa”. In effetti si trova lì, nel laboratorio.

Non c'è oggetto più umile di una sedia. Per esprimere disprezzo non si dice: “Mi ci siedo sopra”? Il tratto proprio all'utensile, l’oggetto-di servizio, è secondo il filosofo tedesco, l’ente-a-portata-di-mano, Zuhandenes. La sedia, invece, si distingue per il fatto di trovarsi sotto i glutei, e a questo titolo illustra meglio di qualsiasi altro oggetto la condizione umana. “Nel trono più alto del mondo, siamo sempre seduti sul nostro culo”. Questa frase di Montaigne, quinta prima dal punto finale degli “Essais”, contiene il nucleo di tutto ciò che lo spirito francese ha potuto produrre come satira, o come bestemmia. Reinoso appartiene a questa linea.

Avere come qui, nella Casa dell'America Latina, un edificio da ricostruire, per così dire, da cima a fondo, soddisfa l'ideale reinosiano, che chiede allo spettatore di integrarsi nell'oggetto.

II
L'evidenza di ciò che c'è nasconde l'assenza di ciò che non c’è

Ci voleva Sherlock Holmes per capire che il momento saliente della serata dai Baskerville era che il cane non aveva abbaiato. Cerchiamo di essere quello Sherlock con Reinoso. Quel che non c'è nella sua opera, è la rappresentazione della forma umana. A ciò che fu la passione di un Giacometti, per esempio, Reinoso oppone una differenza paleolitica. Nella grotta Chauvet, si dice, a fronte di 447 rappresentazioni di animali, si trovano, sopra all’estremità di una roccia, un uomo con la testa di bisonte, una donna con la testa di leone. Il famoso “Nu descendant, un escalier” di Duchamp lascia ancora trasparire una silhouette-scheletro. Non c'è niente di simile in Reinoso. Nel suo laboratorio vi mostra tre cornici con filamenti, appoggiati al muro. Sono “Le tre Grazie”, dice. Indovinerete che il quadro che vedete nella sala a destra dell'ingresso traspone il “Laocoonte" di El Greco e i suoi corpi serpentiformi?

L'arte di Reinoso è un’arte antiumanista. L’oggetto-di-servizio convoca, destituisce, sostituisce, censura il suo padrone di sempre, costringendolo a partecipare del suo essere d'oggetto. Diciamo che l'oggetto diventa qui la metafora dell'uomo. Questo è rimosso, abolito, a favore del ninnolo. Sembra di vedere l’utensile “a portata di mano” sottrarsi a ogni presa, emanciparsi da qualsiasi tutela. 


Reinoso, nuovo Rousseau, proclama: “L'oggetto è nato libero e dovunque è prigioniero”. Siamo di nuovo nel 1789, ma questa volta si proclama una Dichiarazione dei Diritti dell'Oggetto. Il primo di questi diritti è quello di non servire a niente. E ora lo sappiamo, dopo l'orinatoio di Duchamp: basta che un artista, riconosciuto come tale, sottragga all'uso il prodotto manufatto più comune e lo battezzi opera d'arte perché, ipso facto, sia così. È il principio del ready-made:

1) L'oggetto permane intatto.
2) Ciò che cambia è il suo significato.
3) Condizione necessaria: che vi si aggiunga un'enunciazione performativa (il “battesimo”).

Reinoso, ancora una volta, è un passo avanti con ciò che qui chiamerei il suo freed object, l'oggetto emancipato. Non c’è battesimo, l'artista rimane muto, modifica l'oggetto utilitario in modo che questo manifesti da sé che ha ormai acquisito il significato di opera d'arte. 


Qui tutto è sorpresa. Ecco infatti che l'oggetto diventa altro. Si estende, si anima, abbandona ogni ritegno. Esce dai binari. Fa di testa sua. Diventa malizioso! Assume attributi umani. Il cuscino su cui appoggiare la testa inizia a respirare come un dormiente. Il legno della panca sulla quale il visitatore riposa le natiche, va lui a farsi una passeggiata. La sedia su cui riposare non vi da tregua, e lascia il pavimento per andare ad attaccarsi al soffitto. Poiché si chiama parola-valigia un neologismo che incastra due vocaboli uno dentro l’altro troncandoli, perché non dire che l'oggetto reinosiano è un “oggetto-valigia”? Ma se valigia è, è una valigia aperta, che trabocca. 

Ne consegue che se restituite il ready-made di Duchamp al suo uso, detto in altri termini, se pisciate nell'orinatoio sacro, fate un’attentato contro la sua qualità di opera d'arte. Se invece restituite al suo uso originale il freed object di Reinoso, non fate che confermarla.

In linea di massima, la possibilità di un ritorno al valore d'uso è sempre evocata da quest'oggetto. Tre ipotesi:

1) L'uso è possibile, persino prescritto: è il caso delle panche, per esempio delle panchine pubbliche nei moli di Saône a Lyon.
2) L'uso è impossibile: pensiamo alle sedie sul soffitto.
3) L'uso è una tentazione, ma è difficile, e sempre contorto: è ciò che illustra, in un breve film, il sorprendente numero di contorsioni della ballerina Bianca Li, alle prese con la sedia Thonet modificata da Reinoso.

Vedendo il lungo corpo sottile della donna torturata dall'oggetto emancipato, viene voglia di rispondere “Sì!” alla domanda di Lamartine: “Oggetti inanimati, allora avete un'anima?”. La ballerina sembra essere qui quest'anima. E benediciamo Reinoso per non aver modificato la forma umana. Non ne sarebbe infatti stato il boia e lo squartatore, come in “American Psycho"?
Invece no. Se la metafora oggettuale autorizza il ritorno del rimosso umano, questo ritorno non umanizza l'oggetto reinosiano. Si traduce attraverso deformazioni, allungamenti, inversioni, complicazioni, gonfiori, annodamenti, qualsiasi formazione parassitaria di cui, lungi dal soffrire, l'oggetto sembra godere.

La gloria dell'oggetto fa la miseria dell'uomo: “Libertà per gli oggetti” grida senza sosta l'arte di Reinoso. E anche, seguendo la linea di Montaigne: “Uguaglianza dei culi!”. Non c’è qui nessun culto di qualsivoglia trascendenza. Nessuna soteriologia. Né ascesi, né perdono, né redenzione. Fratellanza? Sì, quella dell'uomo con l'oggetto. Ma l'uomo dovrà pagare il prezzo della rivolta degli schiavi: è condannato ad essere lo scornato di questa storia. Circondato da utensili familiari diventati strani, si ritrova esitante.

Unheimlichkeit? Sì, senza dubbio. Un sentimento di estraneità nasce nel cuore dell'intimo (heim). Ma questo mondo non ha niente di rigido o spaventoso: è soltanto messo a testa in giù, capovolto. Gli è capitato un bel patatrac. Reinoso è un artista scanzonato. Non cerca di far paura, ma di far ridere, o sorridere. Non è tragico, ma satirico.


Traduzione: Edison Palomino & Alberto Tuccio.

venerdì 22 maggio 2015

 Lacan
     Professore di desiderio


Un piccolo elfo estroverso che ci prende in giro: eccolo qui il desiderio secondo Jacques Lacan. Lepoint1 presenta in esclusiva estratti del seminario inedito sul desiderio, decifrato dal proprio redattore, lo psicoanalista Jacques-Alain Miller.

1. Lacan ci dice che il desiderio non è una funzione biologica. Che dobbiamo dedurne?

Jacques-Alain Miller: Il desiderio non si trova già preformato nell'organismo. Non è un istinto, se per esso intendiamo un sapere infallibile che sarebbe inscritto nel reale del corpo e che lo porterebbe direttamente al suo scopo: il suo benessere, la sua vita, la sopravvivenza della specie. Al contrario invece, il desiderio si smarrisce. Questo tratto è stato riconosciuto costantemente. Da sempre ci si lamenta e si censurano le sue aberrazioni, le sue stravaganze, i suoi vagabondaggi. È stato tentato di tutto per educarlo, regolarlo, dominarlo, ma tutto invano: fa quel che vuole. Da qui l'idea che il desiderio non concerne la natura: è attinente al linguaggio. È un fatto di cultura, anzi è esattamente un effetto del simbolico. Lacan parla dell’ “ordine simbolico”

 2. Come parlare di ordine quando il desiderio piuttosto produce disordine?

In effetti. Di recente abbiamo visto aggregarsi intorno alla nozione di ordine simbolico adepti tra gli oppositori al matrimonio omosessuale. Ma c'è un equivoco. L'ordine simbolico designa un insieme di leggi – leggi linguistiche, dialettiche, matematiche, sociologiche –  di cui il complesso di Edipo non fa parte. Lacan l'ha sempre considerato un mito. E su questo si potrebbe dire che è stato molto generoso, perché le versioni triviali sono più vicine alla farsa che non alla tragedia greca, del tipo: è necessario che papà detti la legge alla mamma perché la bambina e il bambino siano ciò che devono essere. Lacan prevedeva che questo programma non si sarebbe mantenuto per molto tempo in piede, ed è ciò a cui assistiamo oggi.

3. Tuttavia Lacan parla di “struttura edipica”

Si, questo non è né un mito né il cast di una rappresentazione di Guignol2. È una combinatoria, che distribuisce termini su luoghi a cui sono attribuite funzioni. Ma non è necessariamente il Nome del Padre a occupare la posizione dominante, a sostenere il suo mondo, a essere la sua pietra angolare. Quello può ben esserlo un sintomo! E quando è il caso, anche se il soggetto vuole sbarazzarsene perchè gli crea disagio, il terapeuta si deve astenere dal toccarlo, perché tutto potrebbe crollare. Il desiderio è innanzitutto l'effetto della struttura del linguaggio. Il desiderio è concepibile solo negli esseri parlanti. Possiamo tradurlo così. Nella specie umana, il neonato non solo soddisfa i suoi bisogni più elementari, deve passare attraverso un Altro, maiuscolo, capace di soddisfare i suoi bisogni, e per fargli parlare il suo linguaggio deve rivolgergli una domanda. Tutto deriva da lì. La domanda fa dell'Altro un oggetto d'amore. Simultaneamente, la trasposizione da bisogno a domanda produce una differenza: è lì che si colloca il desiderio. Scorre sotto tutto ciò che si dice, persino nei sogni, senza poter essere detto in modo aperto. È il motivo per cui si presta all'interpretazione.

4. L'oggetto del desiderio allora è inevitabilmente inaccessibile?

Il desiderio non è coordinato da un oggetto naturale o sociale. Il suo oggetto non si trova nella realtà comune, ma nel fantasma individuale. Come tale, non è un oggetto di cui si ha bisogno, e non possiamo ottenerlo attraverso la domanda. È piuttosto un oggetto che, se così posso dire, vi toglie il fiatto. Nella cura analitica, constatiamo che la confessione del fantasma è spesso la più difficile. La relazione del soggetto della conoscenzacon l'oggetto della conoscenza è tradizionalmente descritta come armonica e complementare. Nel registro del desiderio la relazione del soggetto  con l'oggetto è completamente differente. Lacan mostra che l'apparizione dell'oggetto del desiderio si manifesta, dal lato del soggetto, attraverso un fading: Il soggetto non riesce a sostenersi, svanisce, scompare. Per questo passa all'inconscio.

5. Come possono le società mantenersi in piedi se ognuno è ossessionato dal proprio fantasm?

Proprio perché è labirintico e girovago, il desiderio suscita invece l'invenzione di diversi artifici che svolgono il ruolo di bussola. Prendete una specie animale: ha una bussola naturale, che è unica. Nella specie umana, invece, le bussole sono molteplici, in competizione, evolutive. Non sono istituite dalla natura, sono artificiali, montaggi significanti, sono ciò che Lacan chiama discorsi.Questi discorsi dicono ciò che bisogna fare: come pensare, come godere, come riprodursi. Ci sono discorsi di scala molto grande e di lunga durata: le civiltà, le religioni. Organizzano la città, le produzioni, le credenze. Su un’altra scala, ogni famiglia ha il proprio discorso: un sistema di valori, una nozione del mondo, uno stile di conflitti, ecc. Tuttavia, il fantasma di ognuno rimane irriducibile alle idee veicolate dai discorsi.

6. Quale orizzonte indicano queste bussole?

Fino a un'epoca recente, tutte indicavano verso lo stesso orizzonte: Il padre. Le civiltà, le religioni, le società erano patriarcali. Il patriarcato come forma di organizzazione sociale sembrava essere una costante antropologica. Il declino del discorso patriarcale fu accelerato con l'uguaglianza delle condizioni, con l'ascesa al potere del capitalismo, con la rivoluzione industriale. Balzac lo segnala a metà del secolo XIX, Hannah Arendt a metà del secolo XX: l'autorità è in decadenza, l'autorità non è più una via che soddisfa l'umanità. Lo stesso De Gaulle, che era una figura autoritaria per antonomasia, voleva inaugurare l'era della “partecipazione”.

7.Vuol dire che usciamo dall'era del Padre?

Un altro discorso è sulla buona strada per soppiantare l'unico discorso di una volta. L'innovazione invece della tradizione. Il fascino del futuro dove il peso del passato incatenava. Più che la gerarchia (verticale), la rete (orizzontale), il femminile prende il posto del virile. Non si conserva più un ordine nei suoi limiti immutabili; ci inscriviamo in flussi di trasformazione che allontanano incessantemente i loro limiti.

8. E l'Edipo Freudiano, che fine fa in tutto questo?

Freud senza dubbio appartiene all'era del Padre. Ha fatto molto per salvare il Padre. La chiesa, d'altra parte, se n'è accorta e lo lascia celebrare ai suoi teologi più avanzati. Lacan ha seguito la via tracciata da Freud, ma l'ha portato altrove. L'esperienza analitica dimostra che il Padre è in se un sintomo. Il desiderio del Padre, il desiderio per il Padre, si lascia interpretare. In questo libro, Lacan lo mostra con l'esempio di “Amleto”, di Shakespeare. Il principe Amleto è messo alle strette a causa del fantasma del padre. La parola del Padre letteralmente lo fa ammalare, lo fa impazzire, è il suo sintomo. Il desiderio di Amleto, prigioniero del Padre, finisce per emanciparsene, ma al prezzo della morte. Questo seminario al tempo stesso è un grande libro teorico e clinico. Lacan offre anche una clinica inedita dell'esibizionismo e del voyeurismo. Si capisce come ogni desiderio abbia un nucleo perverso.    

9. Il seminario si conclude anche con un elogio della perversione!

Ciò che comunemente si considerò di Lacan è l'accento posto sull'Edipo, la messa in evidenza della funzione del Nome del Padre, la messa in formule del montaggio freudiano. Quello è il punto di partenza di Lacan. Ma, dal suo Seminario VI, il concetto di desiderio sposta le cose. L'Edipo non è l'unica soluzione del desiderio, è solo la sua forma “normale”, normalizzata, la sua prigione.

anche l'Edipo è patogeno. Il destino del desiderio non si limita all'Edipo. Da qui l'elogio della perversione con cui conclude il volume. La perversione, nel senso di Lacan, traduce una ribellione contro l'identificazione conformista che assicura il mantenimento della routine sociale. Dato che, secondo Freud, la pulsione può perfettamente soddisfarsi nella sublimazione, cioè, in attività chiamate culturali, non si confonde con la “sostanza del rapporto sessuale”. Svuotata dal godimento sessuale, la pulsione sussiste sotto forma culturale, dove si intrufola quel godimento della lettera che  danno l'arte e la letteratura.

10. Lacan annunciava “la riorganizzazione di conformismi precedentemente instaurati, persino la loro esplosione”. Siamo a questo?

Questo seminario parla del 2013. I sostenitori del Padre sfilano per le strade in nome della tradizione [Pépère3], mentre coloro che rimangono tranquilli pretendono creare norme che sostituiscano quella tradizione. Lo psicoanalista non ha vocazione a diventare guardiano del vecchio ordine, il cavaliere della causa persa. Non può credere neanche nel radioso avvenire: la via del desiderio non è una festa. Così, lui interpreta. Si deve scegliere, l'elezione è forzata. Perché tornare indietro è impossibile.

Estratti dal seminario.


“Il desiderio contro la normalizzazione sociale”

Ciò che designo con la parola cultura – parola a me non cara in assoluto – è una certa storia del soggetto nel suo rapporto con il logos. Nell'epoca in cui viviamo è sicuramente difficile non vedere a che distanza si situa, il rapporto con il logos,  rispetto a una certa inerzia sociale. È per questo motivo che il freudismo esiste nella nostra epoca. Ciò che accade alla cultura nella società comprende sempre qualche funzione di disgregazione. Quello che si presenta nella società come cultura – e che si trova tra un certo numero di condizioni stabili, anche latenti, che determinano circuiti di intercambio all'interno del branco – instaura lì un movimento che lascia aperta la stessa beanza all'interno della quale situiamo la funzione del desiderio. In quel senso ciò che si produce come perversione riflette, a livello del soggetto logico, la protesta contro ciò di cui il soggetto soffre a livello dell'identificazione, mentre quello è il rapporto che instaura e ordina le norme della stabilizzazione sociale di funzioni differenti.

Qualcosa si stabilisce come un circuito che gira tra, da un lato, il conformismo, o le forme socialmente conformi, della attività chiamata culturale […] e, dall'altra parte, ogni struttura simile a quella della perversione, purché rappresenti il livello del soggetto logico, e per una serie di gradazioni, la protesta che, rispetto al conformismo, sorge nella dimensione del desiderio, mentre il desiderio è la relazione del soggetto al suo essere. È qui che s'inscrive la sublimazione, che è la forma stessa nella quale s’intrufola il desiderio. Quello che Freud ci dice è che questa forma si può svuotare dalla pulsione sessuale – o, più precisamente, la pulsione stessa, lungi dal confondersi con la sostanza del rapporto sessuale, è questa forma.

In altre parole, in fondo, la pulsione si può ridurre al puro gioco del significante. Ed è così che possiamo definire anche la sublimazione. È nella sublimazione che si possono equivalere il desiderio e la lettera. Qui – in un punto paradossale qual è la perversione, intesa nella sua forma più generale come ciò che, nell'essere umano, resiste a ogni standardizzazione -, possiamo vedere prodursi questa apparente elaborazione al vuoto che chiamiamo sublimazione e che, nella sua natura come nei suoi prodotti, è distinta dalla valorizzazione sociale che le si conferirà ulteriormente. La sublimazione si trova come tale a livello del soggetto logico, lì dove si stabilisce e sviluppa tutto ciò che è, propriamente parlando, lavoro creatore nell'ordine del logos. Da lì vengono più o meno a inserirsi nella società, vengono più o meno a trovare il loro luogo nel livello sociale le attività culturali, con tutte le incidenza e tutti i rischi che ciò comporta, fino alla riorganizzazione di conformismi precedentemente instaurati, anche la loro esplosione” (Tratto dal capitolo XXVII)


“L'isterica e l'ossessivo”


Qual è il ruolo che l'isterica dà a se stessa? È lei l'ostacolo, colei che non vuole. Il suo godimento è impedire il desiderio. È questa una delle funzioni fondamentali del soggetto isterico nelle situazioni che trama, evitare al desiderio di compiersi per rimanere lì lei stessa come la posta in gioco. Il luogo che l'isterica occupa in tali situazioni è ciò che possiamo chiamare con un termine inglese “a puppet”, che è una specie di bambola, ma nel senso più ampio di falso sembiante. L'isterica introduce in effetti un'ombra che è il suo doppio, rappresentata da un'altra donna, attraverso la quale il suo desiderio riesce a inserirsi, ma in modo nascosto, nella misura in cui non occorre che lei la veda […]Mentre l'isterica si presenta talvolta come la molla della macchina alla quale sono appese, l’una in relazione all'altra, quelle specie di marionette, è comunque alla base del gioco attraverso la forma di colei che, in fin dei conti, è in gioco. L'ossessivo invece ha una posizione differente. Lui rimane fuori dal gioco. L'ossessivo è colui che non è mai veramente lì dove qualcosa del suo desiderio è in gioco. Lì dove apparentemente si rischia, lì lui non c'è. Si potrebbe dire che lui fa della scomparsa del soggetto nel punto di avvicinamento al desiderio, la sua arma e il suo nascondiglio. Ha imparato a servirsene per essere altrove. Può farlo solo dispiegando il desiderio nel tempo, temporizzando la relazione, lasciando sempre per il giorno dopo il suo impegno nella vera relazione del desiderio. Se la relazione che ha l'isterica verso il desiderio ha una struttura istantanea, è sempre per l'indomani che l'ossessivo conserva il suo vero desiderio. Ciò non significa che nell'attesa di questo giorno non si impegni in niente, lungi da ciò, – ne dà le prove. Inoltre, può arrivare fino a considerare ciò che fa come un mezzo per acquisire i suoi meriti, Meriti in cosa? Nella reverenza dell'Altro rispetto ai suoi desideri.

Una volta in analisi, egli può assumere qualsiasi punto di vista riflessivo sulla sua situazione, alla fine sarà sorpreso di rendersi conto che il soggetto che si sostiene in questa situazione si trova in preda ad ogni tipo di atteggiamenti contorti e paradossali, che lo designano come un nevrotico afflitto dai sintomi. (Tratto dal capitolo XXIV.)

" Il seminario , Libro VI . Il desiderio e la sua interpretazione " (Editions de La Martinière, "Le champ freudien", 616 p., 29 E ) .

Traduzione: Edison Palomino & Alberto Tuccio.

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1 Settimanale  francese, intervista di Christophe Labbé e Olivia Recasens. Articolo ritrovabile su:
 http://www.lepoint.fr/culture/lacan-professeur-de-desir-06-06-2013-1688542_3.php
2  Marionetta creata il 4 ottobre di 1808 da Laurent Mourguet, cui personaggio divenne popolare nel teatro francese.
3 Soprannome dato a François Hollande dai suoi collaboratori.

mercoledì 20 maggio 2015

Postilla sul corpo parlante
Antonio Di Ciaccia


 
Il reale, dirò, è il mistero del corpo parlante, il mistero dell’inconscio”[1], dice Lacan. Nella presentazione del tema del Congresso AMP di Rio de Janeiro Jacques-Alain Miller sottolinea l’importanza di questa affermazione, dato che il mistero è proprio il contrario del matema. Per Descartes ciò che è mistero, sebbene sia un mistero certo, è l’unione dell’anima e del corpo. Per Lacan, ricorda Miller, il mistero è piuttosto quello “dell’unione della parola e del corpo. [E conclude.] Da questo fatto di esperienza, possiamo dire che è del registro del reale.”[2]

In Lacan l’espressione “corpo parlante” appare nel penultimo capitolo del Seminario Ancora. Nel capitolo seguente Lacan riprende l’espressione “essere parlante”, espressione che aveva utilizzato in “Televisione” per rispondere a Jacques-Alain Miller che gli aveva chiesto che cosa ne pensasse della pertinenza del termine freudiano di “inconscio”. “Non c’è inconscio che nell’essere parlante”[3], aveva detto, nel senso come dirà “individuo parlante”[4] nell’ultimo capitolo di Ancora.
A questo punto c’è un passaggio che a mio parere può essere messo in parallelo con quelli in cui Lacan si diverte a ripristinare l’esattezza che proviene dal discorso analitico e che viene tradotto e tradito nel discorso universitario. I passi a cui faccio riferimento riguardano la traduzione/tradimento di Laplanche il quale aveva operato un rovesciamento dei termini nell’enunciato di Lacan tra il linguaggio e l’inconscio. Qui invece è Lacan stesso in causa, poiché, a motivo di ciò che l’esperienza psicoanalitica gli apporta, è lui stesso che si trova a dover operare un rovesciamento. Seguiamolo. Egli dice che ci sono coloro che mettono a soqquadro il mondo, creando un vero bordello epistemico, che sono quei sapienti i quali fanno “passare l’essere davanti all’avere” [5]. E questo anche per quanto riguarda il corpo. E continua: “Mentre vero è che LOM ha, all’origine. Perché? Lo si percepisce, e una volta percepito lo si dimostra”, conclude. Ora, che cosa Lacan fa uscire dalla dimostrazione? Che il termine appropriato per designare quello che viene chiamato “inconscio” è “parlessere”. Non già “essere parlante”, ma “parlessere”, poiché, mentre nel primo caso l’essere sarebbe primo e la parola verrebbe in sovrappiù, nel parlessere al contrario è la parola a venire prima ed è lei a dare l’essere a quello che egli chiama LOM. Non si può non notare che tutto ciò Lacan lo gioca con finezza ma in modo faceto. Dopo aver prodotto la sua dimostrazione infatti egli dirà: “Ne discende la mia espressione del parlessere che si sostituirà all’ICS di Freud (si legga: inconscio): fatti in là che mi ci metto io”[6]. Quello che ne risulta è che l’inconscio freudiano non ha più veramente niente a che fare con la coscienza. Non aveva forse già detto che l’inconscio come negazione della coscienza datava dai tempi di san Tommaso d’Aquino?[7] Qui, finalmente, si esce dal seminato universitario della coscienza e ci si inoltra nelle praterie della parola. Quindi, anche rispetto al corpo, “LOM […] è l’averlo e non l’esserlo che lo caratterizza”[8]. Sebbene dobbiamo notare che Lacan giustifica (e si giustifica quindi) che venga data priorità all’essere, dato che “la parola […] si definisce come l’unico luogo in cui l’essere abbia un senso. E il senso dell’essere è di presiedere all’avere, cosa che giustifica lo sproloquio epistemico”[9]. Ma qual è questa dimostrazione? Sappiamo come avrebbe operato Aristotele e a suo seguito tutta la Scolastica. Con generosità Jacques-Alain Miller ce la indica dandoci una chiave sconosciuta prima di Freud: l’après-coup. “E’ la parola a conferire l’essere a questo animale per un effetto di après-coup e, di conseguenza, il corpo si separa da questo essere per passare al registro dell’avere. Il parlessere non è un corpo, ma ha un corpo[10].

Mi sembra tuttavia che Lacan faccia un percorso più lungo, probabilmente per evitare di nominare quello che può essere nominato solo per effetto di après-coup. Egliinfatti non parte da una materia ma da un’organizzazione, quella dei “tre… chiamiamoli ordini”[11]. E l’uomo che ne risulta crede di poter bearsi dell’unum, verum, bonum et pulchrum della sfera quando essa è invece solo un prodotto “perché io dimostro che l’S.Ca.bello è primo”[12]. E’ solo per via della Ca(strazione) che quel materiale senza forma e senza nome diventa LOM. Via che concerne particolarmente colui che si trova occupare la funzione di analista, poiché qui Lacan indica che “c’è solo la scabellostrazione, ma la castrazione dello sgabello si compie esclusivamente con la escappata”[13] (da notare l’S.Ca. che ritorna nel termine). Vale a dire con la fuga dal senso. E sempre parlando dello psicoanalista Lacan conclude ricorrendo al suo famoso termine sostitutivo: “C’è Santo solo a non voler esserlo, solo se si rinuncia alla santità”[14].



[1] J. Lacan, Il seminario. Libro XX. Ancora (1972-1973), Einaudi, Torino 2011, p. 125.
[2] J.-A. Miller, L’inconscio e il corpo parlante.
[3] J. Lacan, “Televisione”, Altri scritti, Einaudi, Torino 2013, p. 507.
[4] J. Lacan, Il seminario XX, cit., p. 136.
[5] J. Lacan, “Joyce il Sintomo”, Altri scritti, cit., p. 557.
[6] Ivi, p. 558.
[7] Cfr. J. Lacan, “Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio”, Scritti, Einaudi, Torino 1974, p. 801.
[8] J. Lacan, “Joyce il Sintomo, Altri scritti, cit., p. 557.
[9] Ivi, p. 558.
[10] J.-A. Miller, Op. cit.
[11] J. Lacan, “Joyce il Sintomo, Altri scritti, cit., p. 557.
[12] Ibidem.
[13] Ivi, p. 559.
[14] Ibidem.

lunedì 13 ottobre 2014

La Curiosidad matò al gato
La trasparenza della pulsione tra gatti e topi” 
 
 


 Edison Palomino
Nell’amore come nella bellezza, ogni vero sguardo è uno sguardo incrociato. […] Come non pensare anche a Lacan bambino che, un’estate su un molo, rimane affascinato da un barattolo di conserva che galleggia sull’acqua e scintilla in tutto il suo luccichio. Egli ebbe la netta sensazione che era l’oggetto che si manifestava a lui, fissandolo con lo sguardo1.

In tempi di trasparenza della società o di società trasparente, in cui si vuole dimostrare che basta accendere la luce per vedere ciò che c’è di nascosto nel buio, fa melodia nella mia mente una frase che rimanda a qualcosa che è dell’ordine dell’orrore della scoperta del segreto che la trasparenza porta con sé, un segreto che spaventa il più vivace dei curiosi, poiché ciò che si scopre è dell’ordine del: avrei desiderato non saperlo mai! la curiosidad matò al gato. Il curioso in questo contesto è un gatto, il quale, è in cerca di scoprire ciò che il topo nasconde, vuole svelare il suo segreto ma tutto per scherzo!, ignorando che così facendo corre il rischio dell’incontro inevitabile con qualcosa di insopportabile. Jacques Lacan con riferimento alla pulsione, nel Seminario XVII dice: “Si incomincia col solletico e si finisce arsi vivi con la benzina2, è più o meno questa la fine che fa il gatto, quando per scherzo entra nel mare del godimento. La Verleugnung poi in fondo non è altro che un gatto intoppato.
Con l’annuncio di Pascal I cieli tacciono3 nel secolo XVI, si dà inizio a ciò che con il tempo è diventato il passaggio: dal disagio della civiltà ovvero la rinuncia pulsionale per Freud, alla società del benessere ovvero il privilegio della pulsione dello Scientismo. I punti di riferimento sono caduti da tempo, e al loro posto sono venuti gli oggetti obsoleti vari che cercano di supplire a ciò che di originario segna il soggetto.
L’avvenimento tragico di cui tratta Éric Laurent nel suo libro El sentimiento delirante de la vida4 è di questo ordine, dell’ordine del delirio della normalizzazione della trasparenza, del matrimonio del sapere con la verità, del godimento al plurale nei registri umani da Lacan ben costruiti. L’inimmaginabile di una volta now it’s true, il “di più” di godimento lo si può toccare con mano grazie al linguaggio comune dello scientismo. È il trionfo della perversione sulla castrazione, castrazione avvolta nel velo della verità e gettata nell’immensità dei cieli, sospesa in volo come il profumo dei petali di rosa, in attesa del dolce soffio dei venti che la faccia precipitare in mare per rendere sopportabile la vita.
Se una volta c’era Narciso innamorato della propria immagine riflessa nella pozzanghera, ora al posto suo, c’è il gatto che adora il suo viso nel riflesso del mare della pulsione perché trasparente. Con lo sguardo rivolto all’opacità che c’è nella trasparenza del suo dispositivo, faccia attenzione che: La curiosidad matò al gato

1 F. Cheng, Cinque meditazioni sulla bellezza, Boringhieri, Torino 2007, p. 82, p.74.
2 J. Lacan, Il Seminario. Libro XVII. Il rovescio della psicoanalisi [1969-1970], Einaudi, Torino 2001, p. 85.
3 I cieli tacciono è una mia lettura di “Il silenzio eterno degli spazi infiniti […]” in B. Pascal, Pensieri, Garzanti, Milano
2002, p. 76.
4 É. Laurent, El sentimiento delirante de la vida, Coleccion Diva, Buenos Aires 2011.

mercoledì 6 agosto 2014

Eric Laurent
 "Il razzismo e il rifiuto del godimento dell'Altro"
 
 
I recenti dibattiti che hanno avuto luogo a partire dalla proibizione dello spettacolo di Dieudonné  fanno risuonare in maniera decisamente attuale alcune anticipazioni lacaniane sulla funzione della psicoanalisi nella civiltà. Le ultime parole del seminario XIX, nel giugno del 1972, hanno di mira precisamente il nostro futuro. L'uscita dalla civiltà patriarcale a Lacan sembrava allora acquisita. L'epoca post-68 riecheggiava ancora dei discorsi sulla fine del potere dei padri e sull'avvento di una società di fratelli, accompagnati dall'edonismo felice di una nuova religione del corpo.

Lacan guasta un po' la festa aggiungendo una conseguenza che ancora non si percepiva: “Se torniamo alla radice del corpo e rivalutiamo la parola fratello, […] sappiate che quel che ne deriva, e di cui non si sono ancora viste le ultime conseguenze, è qualcosa che ha radici nel corpo, nella fratellanza del corpo, è il razzismo”. L'idolatria del corpo ha conseguenze completamente diverse da quelle dell'edonismo narcisistico a cui alcuni pensavano poter limitare questa religione del corpo. Nella modernità si annunciano altre figure della religione rispetto a quelle delle religioni secolari, come si esprimeva Raymond Aron, figure che contrassegnano l'epoca e che fornivano, secondo lui, “l'oppio degli intellettuali”.

Nello stesso momento in cui Lacan prevede l'ascesa del razzismo, sottolineata con insistenza dal 1967 al 1970, c’era un'atmosfera euforica di fronte alla prospettiva di un'integrazione delle nazioni in insiemi più grandi che i mercati comuni potevano allora autorizzare. Allora più di ora si era per l’Europa. Lacan accentua questa conseguenza inattesa con una precisione che, all'epoca, ha sorpreso. Interrogando Lacan in Televisione nel 1973, Jacques-Alain Miller riecheggiava questa sorpresa e valorizzava l'importanza di questa tesi. “Da dove ricava l’idea che la sicurezza profetizza l'assenso del razzismo? E perché mai lo dice?” Lacan rispondeva: “Perché non mi sembra uno scherzo, e perché, comunque, è la verità. Solo l'altro può situare lo smarrimento del nostro godimento, ma a condizione che siamo separati da lui. Da qui sorgono alcuni fantasmi che erano inediti quando non ci mischiavamo.”

La logica sviluppata da Lacan è la seguente: non sappiamo quale sia il godimento che potrebbe orientarci. Sappiamo solo rifiutare il godimento dell'altro. Con il fatto di mescolarsi Lacan denuncia la duplice mossa del colonialismo e della volontà di normalizzare il godimento di chi si è spostato, è immigrato, in nome del suo così detto “bene”. “Lasciare a quest'Altro il suo modo di godimento è quel che si potrebbe fare soltanto se non gli imponessimo il nostro, se non lo considerassimo un sottosviluppato […] Come sperare che prosegua quell'umanitarietà d’obbligo con cui si vestono le nostre esazioni?” Non è lo scontro delle civiltà, è lo scontro dei godimenti. Questi godimenti molteplici frammentano il legame sociale, e da qui nasce la tentazione di far appello a un Dio unificante.

Lacan annuncia qui anche qualcos'altro: il ritorno dei fondamentalisti religiosi. “Dio, riprendendo in tal modo forza, finirebbe per ex-sistere, e ciò non promette niente di meglio che un ritorno del suo passato funesto.” Nelle sue parole sulla logica del razzismo, Lacan prende in considerazione la varietà di forme dell'oggetto rifiutato, forme contraddistinte che vanno dall'antisemitismo di prima della guerra, che conduce al razzismo nazi, al razzismo post-coloniale nei confronti degli immigrati. Il razzismo, in effetti, cambia i propri oggetti man mano che le forme sociali si modificano ma, secondo la prospettiva di Lacan, in una comunità umana permane sempre il rifiuto di un godimento inassimilabile, alimento di una barbarie possibile.

Lacan evoca il problema del razzismo nella sua Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della Scuola e in Allocuzione sulle psicosi del bambino, nello stesso anno. Nella Proposta evoca ciò che il razzismo nazi, nella sua barbarie, aveva di “precursore”: “Abbreviamo dicendo che ciò che abbiamo visto emergere, con orrore, rappresenta la reazione dei precursori rispetto a ciò che si svilupperà come conseguenze del riordinamento dei raggruppamenti sociali attraverso la scienza e, in particolare, dell'universalizzazione che questa vi introduce. Il nostro futuro di mercati comuni troverà il proprio contrappeso nell’estendersi, in modo sempre più duro, dei processi di segregazione. Lacan nell’Allocuzione precisa il nodo tra la posizione dello psicoanalista e il movimento della civiltà: in che modo noi, intendo noi psicoanalisti, risponderemo alla segregazione messa all'ordine del giorno da una sovversione senza precedenti?

In realtà, la logica con cui Lacan costituisce un insieme umano, passa attraverso la possibilità di operare una torsione sulla psicologia delle massa freudiana. Nel 1921, dopo aver formulato la seconda topica, Freud riprende la questione del destino pulsionale a partire del modo d'identificazione che regge la vita psichica. Contrariamente a ciò che potrebbe sembrare più abituale, la nostra indagine non sceglierà come punto di partenza una formazione di massa relativamente semplice, ma piuttosto masse con un alto grado di organizzazione, durature e artificiali. Gli esempi più interessanti di tali formazioni sono la Chiesa – la comunità dei credenti – e l’Esercito. Le masse con un capo sono le più originarie e le più complete, e se nelle altre masse il capo può essere sostituito da un'idea, da qualcosa di astratto, in questo le masse religiose, con la loro autorità invisibile, costituiranno il punto di transizione, per mostrare come quel sostituito possa essere fornito da una tendenza condivisa, da un desiderio del quale una moltitudine può partecipare […] L'odio verso una determinata persona o istituzione potrebbe produrre lo stesso effetto unificante. Per Freud, l'odio e il rifiuto  razzista si congiungono, ma rimangono connessi al leader che prende il posto del padre o, più precisamente, dell'uccisione del padre.  Quel che vi è di illimitato nell'esigenza sussiste nella massa, e la possibilità di stabilire il legame sociale si fonda sulla base pulsionale dell'identificazione. La massa stabile porta con sé lo stesso principio illimitato presente nella massa primaria. Freud può così rendere conto dell'esercito come massa organizzata e del potere selvaggio di uccisione che lo accompagna. L'odio comune può unificare le masse, che rimane legata a un'identificazione segregativa con il leader.

Per costruire la logica del legame sociale, Lacan, invece, non parte dall'identificazione con il leader, ma da un primo rifiuto pulsionale. Il suo tempo logico finisce per proporre per tutta la formazione umana tre tempi logici secondo i quali si articolano il soggetto e l'Altro sociale:

    1.    Un uomo sa cosa non è un uomo.
    2.    Gli uomini si riconoscono tra di loro.
    3.    Affermo di essere un uomo, per timore di essere indotto dagli uomini a pensare di non essere un uomo.

Quei tempi non partono dal sapere cos’è un uomo dopo un processo d'identificazione, ma da cosa non è un uomo: un uomo sa cosa non è un uomo. Questo non dice nulla su ciò che un uomo è. Gli uomini, piuttosto, si riconoscono tra loro per il fatto di essere uomini: non sanno ciò che fanno ma si riconoscono tra loro. Alla fine, affermo di essere un uomo. Sta qui la questione dell'affermazione o della decisione insieme alla funzione della fretta, la funzione dell'angoscia, della paura di essere convinto dagli uomini di non essere un uomo.

Questa logica collettiva è fondata sulla minaccia di un rifiuto primordiale, di una forma di razzismo: un uomo sa cosa non è un uomo. Ed è una questione di godimento. Non è un uomo quello che rifiuto perché ha un godimento diverso dal mio. È questo il movimento che dà la forma logica di ogni assimilazione umana nella misura in cui, precisamente, si formula come assimilatrice di una barbarie e che, comunque, si riserva la determinazione essenziale dell'io.

Quando Lacan scriveva questo testo, la barbarie nazi era vicina. Cominciò mettendo a distanza l'ebreo considerato come colui che non gode come l'ariano: un uomo non è un uomo perché non gode come me. Si può d’altra parte sottolineare che se un uomo non sa qual è la natura del suo godimento, gli uomini sanno cos’è la barbarie. A partire da questo, gli uomini si riconoscono fra loro, quasi senza sapere come. E poi, soggettivamente, uno alla volta, si precipitano. Mi affermo come uomo, per timore di essere denunciato come non un uomo. Questa logica annoda l'insieme a partire da un'assenza di definizione dell'essere-un-uomo, l'io si afferma e l'insieme degli uomini cortocircuita il leader.

Questa forma di logica prosegue in tutta l'opera di Lacan. Sarà complicata dalla teoria del desiderio e dalla teoria del godimento, ma funzionarà nella logica della passe. La logica della costituzione della collettività psicoanalitica sarà affrontata con la stessa logica anti-identificativa o, più precisamente, con le identificazioni non segregative, come le ha chiamate Jacques-Alain Miller nella teoria di Torino:

    1.    Uno psicoanalista sa cosa non è uno psicoanalista, il che non vuol dire che lo psicoanalista sappia cos’è uno psicoanalista.
    2.    Gli psicoanalisti si riconoscono tra loro come psicoanalisti – è quel che domandiamo nell'esperienza della passe, che un cartello riconosca: questo è uno dei nostri.
    3.    Per presentarsi alla passe, il soggetto deve affermarsi, decidere di essere psicoanalista per timore di essere convinto dagli altri psicoanalisti di non essere uno psicoanalista.

Se Lacan ha insistito sulla dimensione del razzismo è per sottolineare che ogni insieme umano implica in fondo un godimento perduto, un non sapere sul godimento che corrisponde a un'identificazione. Lo psicoanalista è semplicemente quel deve sapere, per costituire una comunità di coloro che si riconoscono come psicoanalisti.

Il godimento in gioco nel discorso razzista misconosce questa logica. Il crimine fondatore non è l'uccisione del padre, ma la volontà di uccidere quel che incarna il godimento che rifiuto. L'antirazzismo reinventa, in seguito, le nuove forme dell'oggetto del razzismo, deformandosi man mano che si maneggiano le formazioni sociali. La nostra storia tuttavia considera in particolare, tra le modalità del razzismo, il luogo centrale occupato dall'antisemitismo, precursore e orizzonte al tempo stesso. Bernard-Henri Lévy: “L'antisemitismo ha una storia. Ha preso nel corso degli anni, forme diverse che corrispondono, ogni volta, a ciò che lo spirito dei tempi poteva o voleva capire. E credo, per ragioni che non posso riprendere qui nel dettaglio – che solo l'antisemitismo sia in grado di 'progredire', è l’unica forma capace di abusare e di mobilitare, come ha fatto in altre epoche, un gran numero di donne e di uomini. Questo potrebbe annodare il triplo filo dell'antisionismo (gli ebrei sostenitori di un Israele assassino), il negazionismo (un popolo senza scrupoli, capace, alla fine, di raggiungere i propri scopi, di strumentalizzare  il martirio dei suoi), e la concorrenza delle vittime (la memoria della shoah funziona come schermo per nascondere gli altri massacri del pianeta). Ebbene, Dieudonné stava realizzando la congiunzione di questi tre fili. La risposta datagli da Nicolas Bedos pone una questione sullo statuto dello comico nello stomaco nella nostra civiltà dell'individualismo di massa democratico. Non basta però metterci lo stomaco. Occorre metterci le viscere per farsi capire. Conseguenza inattesa: la televisione diventa sempre più un mezzo meno morbido, e tutti si avvicinano alla violenza di internet.

Traduzione di Edison Palomino



martedì 5 agosto 2014

Jacques-Alain Miller

"Non credo di tradire mio marito" 

 

Una giovane ha un amante. Lo spiega in analisi. “In realtà, non ho l'impressione di tradire mio marito. Quel che non sa, per lui non esiste. Esiste solo per me”. Dicono che ci sono i fatti, e Lenin aggiungeva che sono ostinati. Ebbene, non è così. Esistono solo fatti che sono detti. Cos'è un fatto che non si dice? Questa giovane divide la propria vita tra due mondi. In uno, l'amante esiste. È un mondo che conosce solo lei, insieme all'amante e all'analista. Ed è un mondo molto stretto, giacché le avventure sono rapide, e le sedute d'analisi sono poche e brevi. Che valore ha questo mondo dal lato dell'altro, quello della vita quotidiana, con il marito, i figli, i genitori, i compagni di lavoro? Il mondo dell'amante, se a stento esiste, esiste tra parentesi, come in una zattera, remando nell'Oceano della sua vita.

Diranno: è in cattiva fede, lo sa e non vuole saperlo. Ma non è così. L'importante non è quel che sa o non sa. Ciò che importa è che l'altro, invece, non sa. Perché quel che l'altro non sa, non esiste. Per il marito, la famiglia, il discorso comune, è come se l'amante non esistesse. L'altro non è il Dio che le esamina la mente e il cuore, che vede tutto, che sa tutto. È un altro perforato, con un buco, un punto cieco. Ed è per l’appunto qui che abita il desiderio. Parlate di qualsiasi cosa, e la farete esistere. Il problema cruccia da sempre i filosofi: il non essere non è, evidentemente, ma nominandolo non gli si conferisce un essere? Tacere qualcosa allora è farlo sparire. Gli scrittori, gli artisti, i politici lo sanno.

È il principio di Madison Avenue, dove abitano i Mad Men a New York: “La pubblicità negativa non esiste”. Attenzione: quando parliamo di un prodotto, bene o male, lo facciamo esistere.
Il soggetto quindi è sincero quando mente. Separa i due mondi e divide se stesso a seconda che si trovi nell'uno o nell'altro. Succede tuttavia che un personaggio del mondo comune riesca a intrufolarsi, attraverso qualche effrazione, nel vostro mondo intimo. È un orrore. Tentate allora di espellere l'intruso. Lui insiste. Si consolida. Nel giro di poco tempo, siete costretti a tornare nel mondo comune. La vostra ontologia si sbriciola. Ciò che non esisteva è esposto a tutti. Il non essere è, assolutamente. Il fatto, passato al detto, sarà ostinato. Il segno rimarrà. E il vostro essere rimarrà intrappolato lì.

Traduzione di Edison Palomino