lunedì 24 maggio 2021

EDISON PALOMINO

"La perdita dell'oggetto amato"

 

La morte insieme al sole è una delle due cose che non si può guardare in faccia, essa è inaccessibile all’esperienza umana, pezzo di Reale non abbordabile dall’Ordine Simbolico. È in questo punto che la  morte si costituisce come uno dei nomi del reale. Per Heidegger la morte in quanto dato empirico, fenomeno della vita, singolarizza, nel suo Essere e tempo infatti scrive:

“Si sa della morte certa e tuttavia non si «è» propriamente certi della propria”.

Nella lettera della felicità di Epicuro troviamo sostegno a tale affermazione:

“Quando noi viviamo la morte non c'è, quando c'è lei non ci siamo noi".

Questo punto radicale d’ignoranza della propria morte è per Freud costituito dal destino umano ovvero dall’essere per la morte che dirà Lacan: “lascia vedere al minimo lapsus che è della morte dell’altro che si tratta”.

Nessuno è testimone della propria morte, si è sempre davanti alla morte dell’altro, è l’altro a scomparire restituendosi alla natura. La morte per il padre della psicoanalisi si costituisce come il pagamento del debito originario che ciascuno ha con la natura, punto radicale che condanna l’altro alla sepoltura eterna nel letto solitario senza cognizione di Wordsworth. Gli effetti che tale perdita produce dipendono dall’intensità del legame che si ha con l’oggetto perduto con cui rischiamo di seppellire le nostre speranze, le nostre ambizioni, le nostre gioie. Dunque, quel pizzico di sapere che possiamo avere dell’enigma chiamato «morte», è legato alla perdita di un altro a noi essenziale, il cui effetto lacera il corpo facendo sprofondare il soggetto nel dolore, talvolta trovando rifugio nella follia:

"[...] ed ecco, infine,(dirà Freud), l'enigma doloroso della morte, contro la quale nessun farmaco è stato ancora trovato né probabilmente si troverà mai."

La morte ci sorprende con il suo tempestoso arrivo, per Shelley un colpo spaventoso che per dirla con de Montaigne “ci vende troppo cara la sua merce”. La letteratura, la poesia e la clinica, ci fanno toccare con mano questa dimensione insondabile del dolore umano come causa della perdita dell’oggetto amato. La Signora Hermet, nei racconti di Guy de Maupassant, il giorno dopo la morte del figlio si mise a piangere e non poté mangiare nulla, tanto si sentiva piena di tormento, rifugiandosi in questo modo nella follia. Lo stesso Freud fu colpito dalla morte del nipotino Heinerle di cui disse: “so di non avere mai amato un essere umano, e sicuramente mai un bambino, quanto lui”. Alla morte del nipotino, Freud, l’uomo senza lacrime, pianse [...].

In foto il capolavoro di John Everett Millais, intitolato: Ophelia.

Dott. Edison Palomino
Specialista in psicoterapia psicoanalitica 
Riceve a Milano su appuntamento al 345 453 4832.
Consulenze in tre lingue: italiano spagnolo e inglese;
anche tramite Skype: dr.edisonpalomino

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